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17 dicembre 2007

Natale dietro la collina

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Tratto da Zabriskie Point; continua la lettura…





Questo è un commento preventivo. Il mai abbastanza lodato Matte ancora non ha partorito (credo) il contenuto del post che a questo punto è tenuto a scrivere. Quale potrà mai essere l'argomento che mi spinge a scrutare con così tanta insistenza tra le brume del tempo che verrà?

Vorrei cantare insieme a voi
in magica armonia (…gica armo…)
auguri Coca Cola e poi
un coro in compagnia (canta insieme…)


Credo in molti la ricordino. Per quanti anni ci ha accompagnato per tutto il tempo delle feste (che ai tempi, voglio ricordarlo, iniziava dopo l'8, e non a fine ottobre come il costume attuale prevede). Matte parlerà di questo, con quell'austera saccenza che tanto appassiona grandi e piccini. Introdurrà lo svolgimento con una breve narrazione dell'antefacto che l'ha portato con le dita sulla tastiera, e si schernirà come suo solito per la scelta dell'argomento, quasi questo rivolgersi alle radici storiche e culturali della nostra società possa in qualche modo abbassare (innalzare?) il livello del suo blog. Tirerà fuori forse qualche critica all'americanismo di allora, magari sottolineerà come l'unico elemento maschile che effettivamente salta all'occhio sia un giocatore di rugby americano. E poi si lancerà nel solito revisionismo emotivo, probabilmente millantando atmosfere di caldo affetto familiare che, oggettivamente, nessuno ricorda.

Accortosi di essersi infilato in un ginepraio senza uscita, il nostro cercherà una facile via di fuga nell'analisi della musica, ritrovando note forse dickensiane, forse lapponi, a seconda di quanta sia la sua disperazione argomentativa in quel momento. A questo punto, finita ogni possibilità di tirare fuori argomenti nuovi per prolungare ulteriormente l'agonia del suo post, tenterà una repentina virata. Addurrà una sua non-volontà a lasciare il lettore con il video dello spot in questione, e con un doppio carpiato esplicativo troverà il modo di passare a qualche altro spot anni '80, probabilmente ricollegandosi ad un suo post di qualche tempo addietro e ricadendo su quello della Elba Innocenti.

È per questo che, contrariamente al solito, il filmato lo metto io. La prevedibile aleatorietà degli interventi del Nostro mi spinge a premunirmi, e sottoporvi questo piccolo brandello di storia — a me tanto caro da spingermi a salvarmelo addirittura sul cellulare, in modo da poterlo infliggere a chiunque durante lo Scambio dei Regali Idioti la vigilia di Natale.



E, detto questo, le solite banalità: buone feste.

3 dicembre 2007

Corsi e ricorsi

È un argomento che mi affascina da sempre, e che trova applicazione negli ambiti più svariati: la ricorsione, il ritorno di un ente a se medesimo con generazione di effetti talvolta bislacchi; mi affascina, e talvolta mi sconcerta anche un po'. Ricordo che il primo incontro tra me e la retroazione avvenne su un libro di Piero e Alberto Angela, "la straordinaria storia dell'uomo", nel mezzo di una spiegazione del come si sia passati dall'intelligenza animale a quella umana (ammesso e non concesso esista una sostanziale differenza tra le due, cosa che non viene certo comprovata dall'osservazione etologica di molti calciatori e/o calciofili in generale). In quell'ambito, i due buontemponi si lanciarono in un simpatico giochetto: elencando in una lista enumerata con lettere 6 possibili cause/effetti dell'aumento dell'intelligenza umana, e sfidando il lettore a metterle in un possibile ordine cronologico, proposero come possibile la sequenza F-E-D-B-A-C — per i meno osservatori, feedback. In seguito lo stesso mi saltò fuori cercando di capire perché casse e microfoni fischiano se avvicinati, per poi chiarirsi definitivamente quando cercai di indagare gli attrattori strani con quella povera bestia di linguaggio di programmazione che era il qbasic.

Era una cosa meravigliosa…prendi un numero, lo mastrussi in qualche maniera e trovi un altro numero; prendi anche questo, lo mastrussi nella stessa maniera e trovi un altro numero, ripetendo questa procedura un tot di volte ed avvicinandoti sempre più ad un numero limite, l'attrattore. E questo indipendentemente dal numero di partenza. Cambi lievissimamente i parametri del mastrussamento e scopri che la sequenza si fissa nella ripetizione di due, tre, N valori. Cambi ancora di un pelo e scoppia il caos, l'ordine scompare, i numeri si susseguono senza alcun senso. Ma stai facendo le stesse cose di prima! Com'è possibile che l'armonia di una frazione infinitesima prima si trasformi in quel rumore bianco?

La ricorsione è la più pratica scorciatoia dell'uomo per arrivare all'infinito: lo riduce in una sequenza breve di passi, lo rende maneggiabile. Mi piace osservarla anche nella gente che mi circonda: qualcuno esprime un'idea secondo il suo (pre)giudizio, chi lo ascolta la commenta, ed il primo la ricommenta secondo gli stessi canoni di prima. Quello che mi lascia perplesso è che, spesso, diversamente che tra i numeri gli esseri umani vedono andare a zero il livello della loro conversazione, specialmente se gli elementi di feedback aumentano di numero; insomma, più gente c'è, maggiori saranno le possibilità di decadere nel luogo comune, o nel reciproco disinteresse: in entrambi i casi, il flusso di concetti scende a zero.

Tratto da Belinde's Tales; continua la lettura…





Troviamo in queste righe un Belinde al suo splendore divulgativo, il che ci denota quanto voli basso il suo talento; prende un argomento di sicuro disinteresse e vi ricama sopra voli pindarici su argomenti di altrettanto grande disinteresse. La citazione semi aneddotica di un libro di Piero Angela è misura della conoscenza marginale degli argomenti trattati, ma l'Autore la sfoggia con la sicumera di un'aragosta cui hanno detto che in cucina la maionese è finita. Il lettore inizia la sua avventura nel testo con la serena convinzione che l'Autore abbia un qualche filo logico da seguire; forse ne era convinto l'Autore stesso, ma ben presto ogni speranza di rinvenire una qualche consequenzialità viene disattesa. Il rapido excursus matematico è solo una breve parentesi prima di quegli argomenti che tanto cari stanno all'Autore, ovvero quelli di psicosociologia spicciola in cui può espettorare tutto il suo disprezzo per chi — come del resto è norma nella razza umana — riesce ad instaurare una forma di comunicazioni con altri esseri viventi. Non adduce prove, nè rigorosi ragionamenti logici, si limita ad enumerare una serie di suoi cliché mentali, non evitando di inserire anche sprazzi di consolidata misantropia.

L'Autore, col suo stile saccente e superiore, pare volerci dire "poveri imbecilli, voi che tentate di capire la mia aulica prosa inconsci della vostra incapacità"; punto di vista questo che potrebbe anche essere apprezzabile, se fosse esposto da qualcun altro. Bisogna tuttavia riconoscere un pregio, in questo tutto sommato inutile post: l'oggetto stesso della discussione, la ricorsione. È un argomento che mi affascina da sempre, e che trova applicazione negli ambiti più svariati…

22 maggio 2007

ANGELI CADUTI

21 maggio 2007 - interno, notte
Come sempre l'ispirazione per scrivere arriva nella notte, quando ti sporgi dalla finestra per sentire il vento della sera sul viso, quando del casino della folla non c'è più traccia.
Allora prendi il taccuino e la penna prima che i fiori che stanno sbocciando in te appassiscano…

Tratto da Blood Red Rose; continua la lettura…





Come i migliori osservatori avranno senz'altro notato, questo blog ne viene da un lungo periodo di silenzio, dovuto a tutta una serie di fattori tra cui la pigrizia fa la parte del leone. Tuttavia oggi — finalmente, oserei dire — il blog della Vy mi ha fatto pensare; il "finalmente" non è dato dalla qualità dei post ma dagli argomenti trattati, che non incontravano il mio interesse, ma questa volta alcuni dei concetti espressi li ho scoperti intersecati a miei pensieri degli ultimi giorni.

Ammetto che le prime righe non mi hanno ispirato molta fiducia, perchè quell'accenno ai pensieri notturni, alla solitudine, al prendere il taccuino, e i fiori… temevo un "attacco poetico", lo ammetto, e sinceramente non me la sentivo di proseguire: aborro la poesia se non per talune — pochissime, invero — opere di Montale o Ungaretti, e darei fuoco a chiunque esponga versi sciolti in pubblico (rispetto qualsiasi perversione, a patto sia vissuta privatamente). Con il terzo paragrafo la voglia di proseguire non è cambiata; l'odore di saggezza vissuta mi sembrava decisamente eccessivo, e già mi predisponevo ad una fugace lettura con la coda dell'occhio, "in altre faccende affaccendato", e quel "forse stiamo solo crescendo" sembrava confermare le mie illazioni: certo che state crescendo, come tutti, in qualsiasi età. Ma abbandoniamo questo tono da vecchietto petulante…

Una frase isolata: "Ed io? Beh... rimango coerente con me stessa."

È stato un lampo. Non tutti conoscono la canzone "Le bourgeois" di Jacques Brel, ma alcuni suoi versi mi sono risuonati in testa con insistenza:

Jojo se prenait pour Voltaire
Et Pierre pour Casanova
Et moi, moi qui étais le plus fier
Moi, moi je me prenais pour moi


La canzone, bellissima e di cui consiglio un attento ascolto, è stata liberamente tradotta da Giorgio Gaber col titolo "I borghesi", ma sarebbe più corretto dire che "I borghesi" è stata ispirata da "Le bourgeois"; tratta di tre amici, che da giovani si trovavano sempre ad una certa locanda per schernire gli avventori dell'antistante cafè, esponenti dell'alta borghesia cittadina: misteriosamente però, crescendo, senza soluzione di continuità si trovano a stupirsi della maleducazione dei ragazzini che frequentano la locanda antistante il loro cafè preferito. Amo le canzoni di Brel, e questo collegamento, seppur lieve, ha calamitato la mia attenzione. Forse, per quel post, non tutte le speranze erano perdute.

L'argomento cambia ancora, e parte un excursus su una branca dell'Impressionismo: le opere a sfondo sociale di Manet e Degas. Non sono un esperto di pittura, e nemmeno un appassionato, ma bene o male il libro d'arte me lo sono sfogliato non fosse che per passarmi il tempo nelle ore di italiano, e "L'Assenzio" di Degas mi ha sempre affascinato. Tuttavia non avevo mai approfondito la cosa, nè mi ero soffermato molto sull'altro figuro sulla destra della protagonista e sulla sua insita bruttezza, tantomeno avevo fatto collegamenti coi poeti maledetti (vi ho mai parlato dei miei raporti con la poesia?). Insomma, parafrasando, ho visto, e ho visto sempre, solo una puttana che beve assenzio. Non avevo mai pensato alla moralità dei protagonisti di quei quadri, e avevo dedicato alle loro vite la stessa curiosità che dedico ai passanti (non "alle belle passanti" di deandreiana memoria… tra poco tutto sarà chiaro), ovvero nessuna. Questo mi ha spinto a non emettere un parere sul loro stato, a non riflettere sul loro orgoglio di essere in quello stato: per questo motivo, l'accenno da parte di Vy ad una redenzione mi ha colto impreparato. Redenzione? E da cosa? Da un essere come essi stessi si sono resi, certo sotto le spinte dell'ambiente, ma comunque per propria libera scelta? E qual è il peccato, se non l'aver esercitato il proprio diritto di dare alla propria vita una qualsivoglia direzione? Ha senso parlare di redenzione, quando lo stesso peccato è così difficile da definire? Il male, se di male si può parlare, non si irradia verso chi circonda queste prostitute, ma rimane contenuto in esse stesse: sono loro, e loro soltanto, l'universo in cui il male — il Male che genera i Fiori — prospera; e se non deborda verso gli altri, che senso ha parlare di male, e quindi redenzione? Una redenzione col fuoco, poi…

La morale, che buffa cosa. È stato a questo punto, che i pensieri dei giorni scorsi si sono fatti avanti. Per lavoro ho impaginato l'opera ultima di Bruno Lauzi, "Tanto domani mi sveglio", e qui vi avevo trovato un pensiero illuminante, o meglio un punto di vista, riguardo De' Andrè e i protagonisti delle sue canzoni. Fabrizio (la confidenza data da tanti anni di ascolto delle sue cassette mi permette di chiamarlo per nome) si appoggiò molto all'opera di Brel, ma le sue tematiche si discostavano molto spesso da quelle del cantautore belga; il genovese aveva una passione per i personaggi negativi della società: li troviamo in "Bocca di rosa", nel "Pescatore", nel "Delitto di paese", in "Jeordie"… e tutti hanno un tratto comune: sono andati contro i dictat della società, sono stati puniti dalla stessa, ma agli occhi del cantautore per questo motivo sono puri. Loro non hanno bisogno di redenzione, perchè la loro stessa vita è stata redenzione dal peccato di vivere. Un punto di vista, ovviamente, opinabile, poichè si basa sul presupposto che la società sia errata in ogni sua qualità, e che gli intoccabili, i fellahin, siano tali sempre e solo a causa della sopraffazione da parte dei ricchi e potenti.

Alla resa dei conti, molti dei personaggi di De' Andrè potrebbero essere ritratti da un Degas a caso, e sulla tela starebbero bene tanto quanto lo sono stati sul pentagramma. Ma la loro impostazione sarebbe molto diversa, perchè se Degas ha dipinto un lato decadente dela sua società, De' Andrè lo ha esaltato, erigendolo ad esempio per la morale.

Mi rendo conto di non aver parlato, alla fine, del blog della Vy, ma credo che questo possa da lei venire considerato un successo, poichè finalmente è riuscita — almeno con me — a far pensare il lettore: e questa è una cosa che una cronaca di fatti o pensieri, o il semplice testo di una canzone, difficilmente potrà fare. Sì, lo ammetto, scrivere questo intervento mi è piaciuto.